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Cent’anni di sovraffollamento: il romanzo di Gea Palumbo

Gea – o dovrei forse dire Genoveffa, come quando si scrive una storia? – è molte cose. Prima di tutto, meglio dichiararlo subito, è una mia amica di antica data, essendoci trovate, per immediata simpatia, a una riunione della Società Italiana delle Storiche fondata nel lontano, lontanissimo 1988 o 1989 a Roma. Ed è anche un’amica di una mia carissima amica: fui io infatti a presentare Gea ad Isabella Ducrot, artista, oggi qui in veste di prefatrice del suo libro, in occasione di un’altra riunione fondativa, quella del Museo delle Donne, venendo insieme a Napoli da un notaio, da Roma, nell’altrettanto lontana primavera del 2000. Poi, Gea è una storica, professoressa – sempre a contratto, a causa delle enormi disfunzionalità, ormai universalmente note, dell’università italiana – di Storia delle donne e dell’identità di genere prima presso l’Istituto Universitario Orientale e ora si Storia e iconografia presso l’Università degli Studi Roma Tre. Poi ancora Gea è le cose che ha fatto e lei ha fatto molte cose, oltre a, incidentalmente, quattro figli: ha fatto parte della “Genere, Generazione e Culture delle Differenze” presso il Ministero per le Pari Opportunità e del Direttivo della Società Italiana delle Storiche. Ha preso a suo tempo il diploma in archivistica, paleografia e diplomatica; ha fatto un dottorato di ricerca in Storia della famiglia e dell’identità di genere, occupandosi di storia sociale e religiosa con un’attenzione particolare alle problematiche circa le donne. Ha fatto lezioni per seminari, corsi di perfezionamento e master e ha partecipato a convegni tenuti in università italiane e straniere, fra cui la mia (ex) a Reading in Inghilterra.
E ha scritto molti libri, articoli e saggi, oltre 70 comprendendo anche le recensioni, che dunque non citerò voce per voce, parlando solo di ciò che conosco di prima mano: prima di tutto, un volume sulle immagini dei peccati (Speculum peccatorum. Liguori, Napoli 1990, segnalato dall’Istituto per le scienze religiose di Bologna come miglior libro storico – religioso uscito nell’anno, vincendo fra l’altro contro il mio coevo L’Inferno monacale di Arcangela Tarabotti, Torino, Rosenberg); poi un celebre articolo sulla prima donna nata al mondo secondo le fonti apocrife: L’archetipo oscuro e dimenticato della sorella: Calmana, sorella di Caino, uscito su “Quaderni storici”, la più illustre rivista storica italiana, nel dicembre 1994, e definito da Carlo Ginzburg, il mio professore con cui mi sono laureata, noto per non essere né tenero né iperbolico (come invece io) «il miglior articolo uscito in quella rivista»; poi L’Europa delle reliquie. Donne alle tombe dei santi, in Donne in viaggio. Viaggio religioso, politico, metaforico (a cura di Maria Luisa Silvestre e Adriana Valerio, Roma – Bari, Laterza 1999); i miracoli promessi e negati. le Meditationes di nadal tra le domande della donna cananea e le parabole missionarie in Il pubblico dei santi (a cura di Paolo Golinelli, Roma, Viella 2000). E, ultimo ma più importante per un discorso qui oggi, un libro sulle genealogie femminili (L’esile traccia del nome. Storie di sìdonne, storie di famiglie in un’isola del napoletano tra età moderna e contemporanea), Napoli, Liguori, 2001.
Vorrei cominciare proprio da questo suo precedente lavoro di storica: Gea ha fatto un gesto di grande coraggio intellettuale scrivendo questo, secondo me, bellissimo romanzo. Perché di romanzo qui si tratta. Ci sono diverse romanziere passate alla storia, una per tutte Natalia Ginzburg, con il suo La famiglia Manzoni (1983), rispetto a cui sempre suo figlio Carlo era molto scettico. C’è un pezzo bellissimo in Mai devi domandarmi (1970), in cui lei racconta come lui le distruggesse sistematicamente quello che scriveva, dicendole :«Ma a chi vuoi che interessi». Invece ci sono pochissime storiche (o anche storici) passati al romanzo. Esono sempre degli ibridi. Jules Michelet (1798 – 1874), per dire il più grande di tutti gli storici francesi dell’Ottocento, e secondo Marc Bloch (1889 – 1944) anche del Novecento, quando scrisse la Sorcière nel 1862 rendendola immortale attraverso i secoli, utilizzò, seppure nascostamente, molte fonti storiche di cui aveva contezza, essendo stato dal 1830 al 1852, quando rifiutò di prestare giuramento a Napoleone III, direttore degli Archivies Nationales di Francia. Qui Gea fa un lavoro diverso: parte da dei documenti che io ho riconosciuto, avendo letto a suo tempo L’esile traccia del nome, ma riempie gli interstizi, colma quello che la storia, i documenti, non tramandano: un sorriso, il sole in una giornata di primavera, un buon caffè forte seduto a tavolino in una piazza gremita di gente (vedi p. 81). Oppure un sogno premonitore (vedi pp. 133 – 134). Ecco, questo è quanto uno storico non potrà mai fare, a meno che non trovi una pagina di diario, una lettera, forse anche un quadro con delle annotazioni sul retro. E comunque tocca che dichiari nelle note la sua fonte, con segnatura del documento e tutto il resto...
Certo, anche qui il lavoro e la professione storiografici si sentono. Ad esempio, Gea apre il suo libro con una “Premessa” che è gia parte della narrazione, ma che è insolita in un romanzo che di solito appare in media res: lei si installa come hic et nunc, nel presente, dichiarando più o meno apertamente attraverso la sua protagonista, Gaia (che in greco antico significa la stessa cosa di Gea, terra) e l’incipit stesso (“Una volta Gaia tornò in quell’isola, dopo tanti anni...”), che qui e ora ci sarà chi racconta la storia che segue, storia che però si svolge al passato, facendo dunque del romanzo un grande flashback. Come appunto fanno per patto costitutivo gli storici di professione, seduti sulla spiaggia a guardare il mare del passato. Inoltre Gea ed io (anch’io sono una storica) condividiamo una passione per gli alberi genealogici, passione che aveva anche una certa Anna Frank, nel suo alloggio segreto: lunedì 21 settembre 1942 scriveva «Sto aiutando papà a compilare l’albero genealogico della sua famiglia: mi racconta qualcosa di ognuno e ciò m’interessa enormemente». Probabilmente questo fa qui anche Gea, seppure nascostamente. Senz’altro gli alberi genealogici riordinano, per così dire. Danno un senso e un segno. Essi, però, hanno anche un significato durante, non solo quando vengono fatti, ex post, da noi addetti ai lavori, storici di mestiere o dilettanti. Ecco, a me pare che il racconto di Gea si snodi lungo un albero genealogico, tutto al femminile, il che di solito, nella vita reale degli storici, crea non pochi problemi di reperimento (ne ho fatto uno, utile per migliorare la comprensione di un libro).
Gli alberi genealogici tuttavia hanno già un senso quando sono in fieri, ossia per chi ne è parte attiva, quando ad esempio si scelgono i nomi dei nascituri, come si legge benissimo nel libro di Gea (vedi pp. 65 –67), facendo «un dono raffinato e per niente costoso ai figli». Prima di tutto i nomi propri di persona sono effettivamente datati, rispecchiano un’epoca: lo scriveva già uno storico e giurista piuttosto insolito come Arturo Carlo Jemolo (1891 – 1981) all’inizio della sua autobiografia Anni di prova (Vicenza, Neri Pozza 1960, pp. 4 – 5), un libro che resta pieno di grazia. E, in secondo luogo seguono una logica non solo di memoria, per ricordare le persone scomparse all’interno della stessa famiglia, o anche di protezione o, perché no, di tacitazione dei morti: come appunto diceva Roberto Zapperi nel suo Annibale Carracci. ritratto di un artista da giovane (Torino, Einaudi 1989, p.25). Qui, in questo romanzo, invece, i nomi segnano la narrazione, lo scandiscono capèitolo per capitolo, rispettano la tradizione del nome del nonno paterno al primo maschio, e sono nomi qualunque, tutti (Domenico, Pasquale, Antonio, Maria, Carmela, Vincenza) tranne questo nome roboante, meraviglioso, antichissimo ed esotico di Genoveffa.
Io devo dire che ho letto il libro di Gea tre volte: la prima quando lei cercava di pubblicarlo, sul video, in un modo che che non mi è congeniale, sono ormai troppo vecchia; una seconda quando mi chiese di presentarlo qui a Napoli, stampandomelo perché sono ansiosa e il libro non arrivava mai, e infine il libro definitivo, edito da Aracne di Roma. Non temete, non intendo qui fare la filologia, l’edizione critica delle tre versioni , a video, in bocca e a stampa. Mi congratulo solo per il nuovo titolo, che è la vera differenza e che secondo me è molto più evocativo, un toponimo che rimanda anche ad un periodo affollatissimo cent’anni: Centane (p.28). «Pareva scorrere tanto lentamente che lì la vita durava, come pareva dire anche il nome del luogo, cent’anni: le Centane». il titolo precedente L’isola del clinamen (p.60), «il famoso clinamen epicureo, insomma, che cambiava totalmente la vita e la fortuna» (p.70), «tu lo chiami dio, tu la chiami volontà divina, ma tutto è solo caso, caso, caso, prima e dopo di noi. Caso e basta», come dice Antonuccio alla sorella monaca di casa (p.74), era più colto ma senz’altro molto più criptico.
I protagonisti in un certo senso sono Procida, il mare (simbolo femminile per eccellenza, mutevole e ambivalente come la Luna: «proprio da quel mare, da quell’acqua salata, come lei aveva capito fin da piccola, veniva alle donne ogni tristezza», p.131) e naturalmente le donne. Non a caso in inglese, lingua che non fornisce genere ai sostantivi, le navi sono sempre “she”, femminile. E infatti, il secondo incipit, quello del primo capitolo, recita «La Marina Grande dell’isola di Procida era quella dove attaccavano le navi più importanti» (p.21)... Certo, in questo romanzo ci sono ancbe gli uomini, e non sono delle mere comparse. In certi capitoli assurgono anche il ruolo di comprimari, come ad esempio Minichino quando scrive nel suo diario altri, possibili svolgimenti della vita, propria e altrui, alla Silding Doors pp.59 –63, oppure senz’altro suo figlio Antonio. Ma sono sempre le donne a condurre il gioco, a passare il testimone. Donne che sono il focus del libro, oltre che della ricerca storica di Gea: lo dichiara da subito la “Premessa” (p. 11).
Su tutto grava una certa qual ineluttabilità, che è poi la malattia professionale degli storici, dei poveretti che sanno già. Sempre, come la storia è andata a finire (e infatti secondo me i grandi storici sono coloro che riescono ad astrarsi da questa conoscenza). Qui, prima di tutto, c’è l’ineluttabilità della condizione matrimoniale (p.29), poi c’è quella dell’istituzione chiusa (di cui io sarei un’esperta, occupandomi di monache e di stretta clausura), inerente alla capostipite, Maria, l’unica in tutto il libro di cui ci viene dato il cognome, non a caso dalla ragazza, Lubrano Lavadera. Messa in manicomio perché affetta da “monomania religiosa” (p.34), forse depressione post partum, senz’altro anoressica e forse suicidaria (anche perché l’anoressia, in una società dove il cibo scarseggiava, veniva sentita come un tentato suicidio e solo molto raramente come segno di santità in vita), l’istituzione chiusa qui ha le sue consuete ue facce, quella oppressiva e quella protettiva, che permette a Maria di imparare a leggere e che la tiene al sicuro durante il famoso colera del 1884. E che a differenza di quella monastica, di tanto in tanto la rilascia come per il Natale 1890 quando, a 37 anni dopo molti d’internamento, Maria concepisce Genoveffa (p. 45), così chiamata in onore della santa del Brabante che, accusata ingiustamente di infedeltà dal marito, era rimasta sette anni nella foresta, partorendo da sola la sua bambina, aiutata da una cerva bianca.
Sarebbe questo il grande colpo di scena nella narrazione, eppure così non appare: tutto quel che succede in questo racconto avviene con la massima naturalezza. Posso anche disvelare i due che riguardano il figlio di Genoveffa, Antonio (tonaca alle ortiche e fuitina, o meglio, matrimonio segreto), perché non intaccano la narrazione che non è costruita come un romanzo giallo, dato che di solito la vita non è un romanzo giallo. E qui sta il valore mimetico, nel senso più nobile di Auerbach, del libro di Gea, che riproduce la vita e la storia come sono. Anche nell’accettazione del proprio destino, come nekl caso di Marietta, la nipote della capostipite Maria, che dedica la propria vita alla cura della madre paralizzata a letto, sebbene sposata e per amore, rinunciando al marito e all’America. e qui si vede l’importanza dei legami trasversali, non solo diretti, fra donne, non solo quelli fra madre e figlia, ma anche fra zia e nipote (in questo caso Carmelina “data” in una forma di adozione informale alla zia Marietta rimasta sola) e fra affini, non solo parenti, come fra Adriana e Marietta, ossia fra la moglie del cugino e la cugina prima, Marietta appunto, paragonata a Penelope. La seconda parte del libro, con ormai le sue molteplici morti, mi evoca La meglio gioventù, e il presente fino al contemporaneo, fino allo scippo che Gaia subisce una sera tornando a casa appunto da Procida, perdendo le carte scritte dai suoi antenati, definito da Isabella Ducrot «un geniale colpo di coda». Non vorrei però aver dato un’idea d’immobilità, temporale o spaziale. Per gli scettici sul progresso, va detto a chiare lettere che progresso c’è e c’è stato, almeno in questo romanzo, per le sue donne, dalla prima, analfabeta, alle figlie di Gaia, plurilaureate, l’una “costretta” ad obbedire a una serie di regole sociali più o meno crudeli, queste ultime libere di scegliere il proprio destino, di poter abitare da sole, in una parola emancipate. Quanto allo spazio, poi, tutta la narrazione si svolge sull’asse Procida – Napoli – Roma, ma anche su quello Italia – Inghilterra –America, un altrove sempre evocato, lasciando fuori quel che nel libro per fortuna non c’è, a differenza di tanti romanzi contemporanei di ambientazione napoletana, cosa che sarebbe stata la più facile da metterci: ossia un certo folklore sul Sud, sulla camorra, sull’invivibilità di Napoli, perfino sul terremoto, che già Petrarca citava durante un suo felicissimo soggiorno qui, e che per fortuna non è appunto folklore. Neppure nel capitolo settimo, quello molto anni Settanta, in cui Gaia fa la sua tesi di laurea sulla pizza, anzi sulla tiella, la pizza chiusa di Gaeta. E cosa c’è, oggi, di più internazionale della pizza?
Dunque, con buona pace degli storici del genere, e in particolare di Lawrence Stone (1919 – 1999) e del suo Revival of Narrative (uscito sulla rivista inglese “Past and Present” nel remoto 1979), dell’ancora più antica polemica di Hayden White (1928 – 2018), americano postmoderno, e di quella, invece attualissima, in Francia di Ivan Joblanka (1973), scatenata dal suo Laetitia, ou la fin des hommes (Paris, Seuil 2016), il romanzo di Gea Palumbo è comunque, tralasciando la questione di genere, che si tratti di romanzo o che si tratti di donne, una bellissima storia tout court, ci dice, e probabilmente insegna, molto di più di tanti noiosissimi saggi storiografici accademici, carichi di prosopopea e francamente ormai illeggibili come genere e anche come contenuto. Grazie.

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