Il linguaggio criminale
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SINTESI
Da sempre ci si è chiesti se, in certi ambienti ritenuti criminali, esistessero codici che servissero a deciderne l'esistenza. In realtà, su questo, assai poco si è scritto e detto, benché non manchino esempi caratteristici di un linguaggio tipizzato come criminale (da sempre, ad esempio, la frase "Dio c'è" , scritta sui muri, non è mai stata espressione di fede ma la precisa indicazione che nei pressi di quel luogo fosse reperibile una sostanza stupefacente).
Il lavoro tra storia, attualità, politica, sociologia, comunicazione, psicologia e linguistica, affronta, talvolta solo abbozzandola, la difficile tematica di un gergo tecnico della malavita o della criminalità in generale, anche laddove questa non sarebbe ravvisabile in senso proprio, come nel caso delle BR che utilizzano essenzialmente un linguaggio di tipo politico.
Questo testo, dunque, cerca di mettere in luce l'esistenza di codici e sottocodici usati in ambito criminale volti a mascherare la realtà attraverso un linguaggio mistificante.
Un altro aspetto preso in considerazione nel testo, afferisce ai culti distruttivi occidentali. Infatti viene esaminato il linguaggio rituale di più rilevante interesse criminologico, in quanto abitualmente utilizzato in pratiche che possono implicare, per le loro intrinseche modalità, fattispecie di reato.
Nel corso di questa indagine si è fatto riferimento a una pluralità di fonti, fra cui studi di sociologia della religione e della devianza, opere di antropologia, inchieste giornalistiche e casi giudiziari.
pagine: 372
formato: 16 x 24
ISBN: 978-88-97931-00-3
data pubblicazione: Ottobre 2012
editore: Eurilink
collana: La critica | 2
SINTESI
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