Moshe Safdie
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SINTESI
Testo Italiano e Inglese. Roma, 2010; br., pp. 160, ill. e tavv. b/n e col., cm 22x24.
Dalla prefazione di Pasquale Belfiore sull’eclettismo modernista di Moshe Safdie.
La Monografia di Nilda Valentin su Moshe Safdie appartiene a un genere di storiografia che potremmo definire riparatrice, perché pone rimedio a peccati di omissione commessi dalla storiografia ufficiale. E' tuttavia circostanza difficilmente contestabile che su ogni piccolo grande evento della storia ci sia una linea interpretativa che si afferma e diventa tanto invasiva da non lasciare spazio ad altre tesi. Con il Moshe Safdie della Valentin si pone rimedio a una letteratura sull'architetto israeliano, soprattutto di lingua italiana, che sembra essersi arrestata al tempo delle origini, al celebre Habitat di Montreal del 1967. Allora vi fu una vera e propria vampata di calore storiografica, tale per l'alto numero di citazioni e soprattutto per l'accoglimento molto controverso che ebbe. I giudizi positivi riuscirono a superare per numero ed autorevolezza quelli che esprimevano perplessità e persino qualche ironia per una proposta che comunque si tendeva a classificare nell'ambito delle utopie. Strana classificazione per un oggetto che era lì, a Montreal, con tutta la sua fisicità ed invadenza visiva. In ogni caso Zevi gli dedicò gran parte della rubrica (30 aprile 1967) che puntualmente teneva su l'Espresso; all'esplicito riconoscimento per il coraggio progettuale e l'abilità tecnico-compositiva, seguivano timori e prudenze tradotti con espressioni come "ossessivo groviglio" o " discutibilissimo da ogni punto di vista", anche se riconosceva nel tempo l' Expo sarebbe stato ricordato per la sola proposta di Safdie. L'architetto Nilda Valentin docente di progettazione decide di scegliere fin dalle prime pagine un dialogo diretto e senza mediazioni accessorie con la materia storiografica più pulsante, cioè i progetti, organizzati secondo quattro linee- guida che più di altre riassumono con ragionevole completezza l'intero itinerario di Safdie: lo spazio dell' abitare i luoghi della memoria, le stanze urbane e l'architettura come assemblaggio. Titoli espliciti per un contenuto conforme: dall'intero capitolo della residenza a grande e piccola scala, ai progetti timelessness di Gerusalemme, alle urban rooms con i grandi spazi collettivi, elementi di mediazione tra architettura e città, ai complessi architettonici che per tipologia e morfologia hanno la capacità di esprimere appieno il significato di un luogo. In Safdie resta comunque immutata l'unità metodologica nel corso del tempo e delle sue opere e che la Valentin riassume in tre posizioni del tutto condivisibili: ha posto la questione urbana a fondamento dell'architettura; a posto il rapporto-architettura natura a fondamento del progetto urbano; ha posto la sperimentazione di nuovi spazi, forme e tecnologie a fondamento del suo mestiere di architetto. Questi giudizi sarebbero già di per se sufficienti per conferire merito storiografico al saggio di Nilda Valentin. E' un lavoro ben fatto, per impostazione narrativa , per ordinamento del materiale per ricchezza documentaria. Giudizio valicato, per così dire, Ralph Waldo Emerson per il quale "la ricompensa per una cosa ben fatta è di averla fatta".
pagine: 160
formato: 21 x 23
ISBN: 978-88-6514-019-2
data pubblicazione: Gennaio 2010
editore: Edizioni Kappa
SINTESI
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