GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
3° classificato al III edizione
La nonnina
di Ivana Librici

     




Uno scossone più violento degli altri mi fece aprire gli occhi. Un vuoto d’aria? L’ennesimo di quella turbolenta traversata. La paura mi faceva cercare con la mano la fibbia della cintura di sicurezza. Non ero più in aereo, ero già sul pullman scassato che sobbalzava per le buche. Un sollievo.
Istintivamente portai la mano sulla testa della bambina appoggiata sulle mie gambe. Dormiva. Dal finestrino entrava la luce incerta della notte. Metà del viaggio era fatto: passata la notte in aereo – quella che più mi spaventava – la notte in pullman era una passeggiata, scomoda sì, ma rassicurante sapendo che le ruote arrancavano al suolo e non per aria. Questa certezza era sufficiente a farmi assopire di nuovo. Essere a terra, la bimba accanto a me, la borsa al collo.
Allo scossone successivo diedi un’occhiata ai sedili accanto. Anche mia moglie e sua madre erano al loro posto.
Le ore scivolavano via tra scossoni e risvegli. Fino a una stasi che il corpo ormai abituato a sobbalzare sentì innaturale. Era la sosta notturna per andare in bagno e mangiare qualcosa.
Con mia moglie concordammo: prima sarei sceso io e poi loro, così qualcuno sarebbe rimasto nel pullman a sorvegliare bambina e bagagli.
Il ristorantino era diverso da come me lo ricordavo, feci la stessa sosta nello stesso paesino, quattro case, esattamente dieci anni prima. Avevano ammattonato il pavimento e la disposizione dei tavoli era diversa. Il gabinetto, invece, era proprio uguale. Un casottino con dentro una stanza dal suolo in terra battuta. Il cesso era un buco al centro della stanza. Questa volta c’era anche un maialino nero legato a una corda. Trovai divertente fare pipì vicino a lui.
Tornai al pullman e scesero loro. Questa volta il sonno non fu netto. Cessarono gli strattoni che mi cullavano. Dormicchiavo, questo sì. Intravidi l’autista che andava al posto di guida dopo aver gettato un’occhiata distratta ai passeggeri. Sentii semicosciente il motore che si rimetteva in moto. Il pullman era abbastanza pieno, si poteva partire. D’altronde era una compagnia di trasporti a buon prezzo, il biglietto l’avevamo pagato poco quindi il pullman era scassato né l’autista si prese la briga di contare i passeggeri, che si arrangiassero loro.
In quel momento guardai i sedili accanto. Erano vuoti. Avrei dovuto urlare: fermati! Manca qualcuno! Stop! Ma non sapevo come dirlo e mi sembrava brutto mettermi a urlare. Quelle erano occasioni in cui prevaleva in me una specie di timidezza. Ma non era solo quello. Avevo la bimba con me, colei a cui più tenevo, il mio affetto familiare incarnato in un essere umano. L’unico essere umano che volevo davvero accanto a me. Abbandonare mia moglie e mia suocera da qualche parte, lontano da me, in fondo non mi importava. Era una cattiveria, è vero, cosa avrebbero pensato non vedendo il pullman da nessuna parte? Che dormivo e non mi ero accorto di niente. Allora perché preoccuparmi? Questo avrei detto loro.
Intanto il pullman viaggiava e macinava metri di distanza tra me e loro. La tentazione era di appisolarmi, dopo avrei pensato a cosa dire. Cosa dire a loro e soprattutto cosa dire all’autista e agli altri passeggeri. E anche come dirlo. La lingua non avevo mai voluto impararla. Per pigrizia, dicevo e mi dicevo. In realtà perché in cuor mio sapevo che quel matrimonio non sarebbe durato a lungo, che io non volevo farlo durare. Mi ero sposato con una donna che veniva dall’altro capo del mondo, dall’altro lato dell’oceano e che aveva poco in comune con me. E poi che qualità aveva? La trovavo bella agli inizi ma ora preferivo vedere la sua bellezza, gli occhi neri e allungati, gli zigomi sporgenti, riformulati nel volto della mia bambina. I bei tratti della madre erano ancora più belli stemperati nel viso ancora arrotondato dall’infanzia di mia figlia. Se avevo nostalgia della bellezza di Nélida bastava guardare nostra figlia. Grandi qualità nella sua personalità non ne vedevo. Cosa sapeva fare? Cucinava bene, era una brava mamma ma non aveva una professione. Aveva sempre lavorato, questo sì, ma faceva quello che le capitava. Io ero la colonna portante del nucleo familiare.
Sentivo che la fortuna era capitata a lei. I primi tempi avevo la sensazione che fosse una fortuna reciproca. Ora la bilancia pendeva sempre più dalla sua parte. Mi venne in mente il peso che avevo sentito la prima notte che dormimmo insieme. Lei si addormentò appoggiata a me, la sua testa pesante sulla mia spalla. In seguito cominciai a sentire il peso del suo capo abbandonato in maniera metaforica. Mi pesava lei, mi pesava la situazione in cui ci eravamo messi. Era un peso ulteriore che faceva pendere la bilancia da una parte.
Avrei messo fine a tutto ciò, sicuramente. Il problema era stabilire quando. Adesso non era il momento giusto. Stavamo andando al suo paese per il funerale del padre e anche per firmare i documenti dei lasciti della casa paterna. Sapevamo che il padre l’avrebbe lasciata a lei e non alla madre per evitare che i parenti materni se ne appropriassero. Lì bastava pagare un notaio per falsificare i documenti. Noi invece l’avremmo venduta o almeno così speravo. Certo c’era il problema di sistemare la vecchia madre, ma in qualche modo Nélida avrebbe trovato una soluzione. In queste cose era brava.
Pensai allora al nostro arrivo in paese. Saremmo scesi a cercare la casa dei parenti, ci avrebbero accolto con calore e qualcuno sarebbe andato a cercare Nélida e sua madre. A quel punto realizzai che non sapevo l’indirizzo né mi ricordavo la strada per arrivarci. Nemmeno avevo il numero di telefono di nessuno, anzi il mio cellulare non prendeva nessuna rete come se anch’esso si rifiutasse di comunicare nella lingua del posto. Non solo: con me avevo appena qualche euro. La valuta locale la teneva mia moglie secondo una consuetudine che ricalcava l’esperienza di dieci anni prima: quando viaggiavamo nel suo paese era lei a doversi occupare di tutte le questioni pratiche. Le dicevo: “la lingua la sai tu, che li tengo a fare io i soldi? Pensaci tu a ordinare al ristorante, a parlare al tassista, a pagare il conto”. All’apparenza sempre per pigrizia. In realtà perché provavo uno strano piacere nell’abbandonarmi a lei, nel lasciare a lei tutte le incombenze del viaggio. Era come quando da bambino andavo in vacanza con i miei genitori e non dovevo pensare a nulla.
Fu un grosso scossone a svegliarmi da tutti quei pensieri. Si sentì un tonfo e il pullman si inclinò pericolosamente da una parte.
Tutti si destarono. La piccola, senza aprire gli occhi, disse: «Siamo già arrivati?»
Un signore seduto davanti a me si mise a urlare. Non capii tutto ma compresi che si accorse della mancanza di mia suocera. Manca una velhinha, una vovozinha. Era lì, stava seduta lì, dov’è?
Mi alzai in piedi e cominciai a pronunciare alcune parole, quelle che, secondo me, potevano spiegare la situazione. Usai le parole che conoscevo, scandii ad alta voce: «Sogra! Mulher! Mie Sogra e mulher! Casa de banho!»
Ci fu un parapiglia. I passeggeri si ribellarono all’autista: «Non siamo animali! Ci state trattando come bestie! Rivogliamo i soldi del biglietto! Non si abbandona una nonnina da sola di notte!»
L’autista fermò il pullman. La luce del giorno si spandeva ormai con prepotenza. Era una di quelle aurore come ne ho viste solo lì, col sole enorme appeso in basso nel cielo e striature viola così intense attorno come mai avevo visto in Europa. Scendemmo tutti per capire cosa fare. L’autista si stiracchiò svogliato. Scesi con la bimba in braccio ancora appisolata. L’aria frizzante del mattino mi strappò definitivamente dal dormiveglia e senza il paravento della notte provai vergogna per quello che avevo fatto, o meglio, per quello che non avevo detto. L’autista concordò con ostentata indifferenza che saremmo tornati indietro a riprenderle.
L’aria fresca intanto svegliava anche mia figlia. Disse solo: «Dov’è la mamma?»
Risposi: «È andata in bagno. Torna subito».
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