GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
2° classificato al III edizione
Apostasia
di Giuseppe Magnarapa

     




L’uomo si sfilò gli occhiali scuri e gettò sul divano il berretto lasciando ricadere intorno al viso i lunghi capelli corvini.
«Così stai meglio, Ahmed…», osservò il capocellula, «ti saresti potuto infiltrare tranquillamente tra i figli dei fiori degli anni ’60, se fossero stati i nostri nonni a iniziare la lotta contro gli infedeli!»
Ahmed che respirava ancora a fatica dopo la fuga precipitosa, guardò gli occhi penetranti del suo superiore, sentendosi rimescolare lo stomaco da qualcosa di simile a un branco di cani randagi inferociti. Non era la violenza della Jihad a turbarlo, ma il distacco freddo con cui essa veniva percepita da alcuni fanatici compagni di lotta come Sharid; lui, il pupillo dell’Imam che, esentato dalle azioni dirette, si limitava a coordinarle, molto abilmente doveva ammetterlo, servendosi di semplici cellulari usa e getta prepagati: e anche quella sera, dopo che lui e i suoi tre compagni avevano falciato a colpi di kalashnikov una decina di turisti in un bar del centro, Sharid si comportava come un semplice caposquadra che avesse concluso con successo il lavoro previsto per la giornata.
«Ti vedo stanco…», disse Sharid alzandosi dal divano senza mai distogliere gli occhi dal suo fedele sicario, «anche gli altri, di là, sono stravolti, ma avete solo una decina di minuti per riprendere fiato…». Lanciò uno sguardo all’orologio a parete, «Ricordati che, tra un quarto d’ora al massimo, dobbiamo essere fuori di qui per raggiungere Shelik che ci aspetta giù nella piazzetta col SUV rubato stamattina… giusto il tempo per ringraziare Allah del buon esito della missione… Allahu Akbar!»
Gli si avvicinò, scrutandolo in volto. «Qualcosa non va, Ahmed?»
L’altro tacque: aveva deciso di tenere per sé il dubbio, ma gli occhi di Sharid sembravano in grado di leggergli dentro l’anima e se avesse saputo la cosa da un altro partecipante all’azione, la sua furia sarebbe ricaduta su di lui che era il responsabile esecutivo del commando.
«Allora…?», la testa del capocellula oscillò come quella di un serpente.
«Feisal…», disse allora, Ahmed, alzandosi e distogliendo lo sguardo, «…mi è sembrato che, dopo l’irruzione nel locale, abbia avuto come… un’esitazione. Sparava, certo, ma quando si è trattato di puntare l’arma contro un gruppo compatto di gente, beh, lui non lo ha fatto… lo conosco, so che è un jihadista convinto, eppure…»
«L’azione è andata bene…», sibilò Rashid, «non meno di otto morti a quanto mi hanno riferito gli osservatori… ma tu hai chiesto conto a Feisal della sua incertezza? Sai che devo poter contare in modo assoluto sugli uomini che io stesso ho addestrato».
«Certo che gliel’ho chiesto… lui sostiene che l’arma si è inceppata per qualche secondo…»
«Suppongo tu l’abbia controllata, dopo, per verificare che sia vero».
Avrebbe dovuto, certo; e sarebbe stato anche semplice dato che Feisal gliene aveva dato l’occasione andando di là, insieme agli altri, per cambiare gli abiti sporchi di sangue; ma, invece, non l’aveva fatto, non ancora, e non riusciva lui stesso a capirne il motivo.
«Abbiamo ancora qualche minuto…», continuò Rashid, celando il suo disappunto «ce ne occuperemo adesso, d’accordo? Le armi sono state messe nel guardaroba… ancora calde, e se quella di Feisal è difettosa bisognerà farla sostituire… ma se per caso fosse efficiente…»
In quel preciso istante, la porta della stanza attigua si spalancò, rivelando la figura massiccia del siriano appoggiata allo stipite.
«Non sarà necessario, Sharid, vi ho sentito», disse Feisal, «…l’arma si è inceppata e penserò io a farmene dare una nuova… ho già dato le mie spiegazioni ad Ahmed, ma tu stesso pur avendoci sempre insegnato che dobbiamo fidarci in modo assoluto l’uno dell’altro, non lo stai facendo in questo momento». Feisal cercò di ignorare il tono di rimprovero delle sue stesse parole e chiuse gli occhi per sottrarli allo sguardo accigliato e intrusivo del capocellula; attraverso la semioscurità delle palpebre, ebbe l’impressione di rivivere un episodio della sua vita avvenuto due anni prima, qualcosa che, di certo, non sarebbe mai riuscito a dimenticare: stessa visione, la risacca lenta e ammorbante di una schiuma viscida come la morte, poi le identiche sensazioni di allora, fame, sete, stanchezza terribile e percezione del proprio corpo come infiltrato e corroso dall’acqua salata che lo ha tormentato una notte intera e che continua a strofinarsi dolorosamente, come la lingua di un felino affamato, sulla pelle macerata dalle ustioni. Infine, qualcosa di simile a una spiaggia, l’approdo a una morte liberatrice, forse, nel grembo della livida luce lunare, ma all’improvviso, da quell’inferno di vento e acqua emerge una mano, seguita da un braccio che gli passa intorno alla vita e da un volto giovane, anch’esso plasmato nella disperazione, ma dalle fattezze stranamente vitali, gli occhi neri e accigliati, la testa piantata sul corpo massiccio ricoperto da una tuta gialla con una scritta incomprensibile. Poi, come se non dovesse rendere conto a nessuno di nulla, la sua memoria prende ad avanzare veloce verso gli eventi successivi, verso il ricordo di ambienti stranamente confortevoli di un viaggio, di una protesta violenta, del colloquio con un uomo col turbante e una lunga barba grigia, che gli parla con la calma assorta di un Imam, e che sottolinea le proprie parole di devozione ad Allah, puntando l’indice verso il cielo.
E, infine, i ricordi recenti: le preghiere, l’assurda speranza nel Paradiso delle Urì, la preparazione e l’attacco, vetri che vanno in frantumi mentre i mitra sputano messaggeri di morte… ancora qualche secondo… cinque o sei persone stravolte dal terrore e dalla sorpresa, casualmente ancora riunite in un gruppo abbastanza compatto, forse restie a disperdersi per seguire un misterioso istinto di appartenenza reciproca… l’ideale per una strage perfetta come gli hanno insegnato, ma in mezzo a quel gruppo risalta un volto e, con esso, una mano, la stessa mano che tanto tempo prima lo aveva afferrato per trainarlo a riva e che ora si leva in un istintivo gesto di difesa; lo stesso volto, assurdamente pietoso, dell’uomo che lo aveva sottratto alla risacca delle onde infuriate. Che ci faceva quel volto in quel bar, proprio nel momento in cui il naufrago di una volta si stava riscattando, per volere di Allah, portando a termine la sua missione punitiva contro gli infedeli? Non lo avrebbe mai saputo: forse una semplice, casuale vacanza nel posto sbagliato, trascorsa da chi non poteva nemmeno supporre di aver salvato la vita al suo futuro carnefice? Impossibile dirlo ma Feisal ignorava anche il motivo per cui il suo dito indice era rimasto paralizzato sul grilletto senza riuscire a espellere il piombo mortale.
«…l’arma si è inceppata…», ripeté in quel momento, rivolto a se stesso con voce atona, appena incrinata dal dubbio, «ma forse era soltanto scarica, ora non ricordo bene… In ogni caso la missione è compiuta… in nome di Allah…»
Ancora un attimo di esitazione e poi aggiunse: «Allah, il Misericordioso…»
Gli occhi di Sharid brillavano come quelli di un felino affamato.
«Mi auguro che sia stata una pura casualità, Feisal, ma sta pur certo che saprò esattamente come sono andate le cose… lo sai vero? Se mai si fosse trattato di qualcosa di simile alla… pietà…», storse mostruosamente le labbra, pronunciando questa parola, «…nei confronti di cani infedeli, sarebbe la più grave forma di tradimento contro l’Islam… apostasia… Feisal, tu sai cosa significa, vero?»
Il pugnale ricurvo che Sharid portava alla cintola brillò di un riflesso improvviso, come se avesse intercettato la stessa luce misteriosa e malsana che emanava dai suoi gelidi occhi verdi.
Informativa      Aracneeditrice.it si avvale di cookie, anche di terze parti, per offrirti il migliore servizio possibile. Cliccando 'Accetto' o continuando la navigazione ne acconsenti l'utilizzo. Per saperne di più
Accetto