GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
1° classificato al III edizione
Il mondo di Bridget
di Silvia Vitro'

     




Un martedì d’inverno. Di mattina presto. È ancora scuro. Il corridoio è freddo. Sono arrivata in anticipo. Ho provato a bussare alla porta del giudice, ma nessuno ha risposto. Siedo su di una panca di legno e penso che qui sono al sicuro.
D’improvviso mi ritrovo a Jos, in Nigeria, nella chiesa di S. Peter, che frequentavo con la mia famiglia tutte le domeniche. Fino a quella domenica. Qualche mese fa. In estate. Al caldo. Siamo tutti lì, io, mia madre, mio padre, mio fratello e le mie tre sorelle. Con il vestito buono, le scarpe ai piedi e i capelli lavati. Il sacerdote sta condannando i disordini che ci sono stati nei giorni scorsi. «Dovete restare uniti, difendere la vostra fede». Vedo mio padre agitarsi. Oscilla prima su di un piede, poi sull’altro. Forse gli fanno male le scarpe. Sono troppo lunghe e appuntite. Vedo queste punte nere che escono fuori dal lungo boubou azzurro che indossa e mi scappa una risatina. Mia madre mi gela con un’occhiata. Ha l’espressione scura in volto. C’è qualcosa di grave nell’aria. Guardo le mie sorelle. Sono tranquille, non si sono accorte di niente. Tanto meno il mio fratellino, impegnato com’è a impedire a una rana di uscire dalla sua tasca. Se mamma lo vede sono guai. Il fumo delle candele sembra avvolgere tutta la chiesa, il sacerdote grida sempre più forte, il suonatore d’organo riempie di musica le sue pause, la statua del Cristo è fosforescente sotto i raggi del sole che penetrano da una vetrata, la gente intona una preghiera con voce profonda, l’odore dell’incenso si mischia a quello della cera, mi sembra di non poter più respirare, mi alzo in piedi, tossisco, mi bruciano gli occhi, guardo il portone d’ingresso, è chiuso, ma di colpo si apre, è sfondato da una massa di uomini che irrompono nella chiesa emettendo grida assordanti, sono quasi vicini a me e vedo il bianco dei loro occhi iniettato di sangue.
«È lei Bridget Orukpe?»
Ho un sussulto. Nella sala d’aspetto del Tribunale è comparso il mio avvocato. Mi fa qualche domanda, dove abito, se lavoro, se ho dei parenti in Italia, se ho ancora legami con il mio Paese. Domande veloci, incolori. Si vede che ha fretta. Mi raggomitolo sulla panca e mi rituffo nel passato. Sangue. Rosso. Ovunque. Gli uomini entrati in chiesa hanno subito cominciato a sparare all’impazzata, sono come cani rabbiosi, tirano fuori lunghi coltelli e colpiscono tutto ciò che è vivo. Mio padre riceve un colpo di machete in testa, vedo il sangue che esce fuori, mi cade addosso, il suo sangue bagna il mio vestito, mi cola sui capelli, sulla faccia, ma non mi muovo, sono paralizzata dal terrore. Intorno a me continuo a sentire urla, anche quelle di mia madre e delle mie sorelle, e grida rauche degli assalitori, colpi di fucile, confusione di gente che cerca invano di scappare, tonfi di corpi uno sull’altro. Quando, verso sera, striscio fuori da sotto il corpo di mio padre, vedo l’orrore. Membra sparse qua e là, morti, feriti, lamenti e sangue. Inciampo nel corpo del mio fratellino e noto accanto a lui la rana. La prendo in mano, è stecchita. E piango sconsolata per quella rana, non capisco più nulla e piango per la rana. È in questo stato che qualcuno mi prende con sé e mi trascina fuori.
«Causa n. 3560. Potete entrare».
Il giudice, una donna, è seduta dietro una scrivania e sta consultando delle carte. L’avvocato mi presenta una signora nera, che mi dice di essere l’interprete di lingua pidgin. Il giudice alza gli occhi e mi guarda. Ha l’espressione seria, ma accenna un lieve sorriso. Mi passa un po’ la paura. Il giudice mi chiede come mi chiamo. Il mio nome è Bridget e non ho più una famiglia. Non c’è più nessuno che mi aspetta a casa. Non ho più una casa. Poi il giudice mi chiede dove sono vissuta. Rivedo mia madre china sui campi. Alla periferia di Jos. Una terra rossastra e arida, difficile da domare, che impolvera le case fatte di paglia e di lamiera. Intreccio i capelli di una delle mie sorelle, mentre mia madre abbrustolisce pannocchie di mais su delle pietre piatte. Passa un fuoristrada sulla strada sconnessa e solleva nuvole di polvere. È peggio quando piove: l’acqua graffia via con rabbia la terra rossa e la trascina a valle, ricoprendo tutto di fango. Osservo le donne che tornano dal mercato, una fila scura nella polvere della strada, trasportano sulla testa catini pieni di frutta e verdura. Sono dirette verso il loro villaggio, una manciata di capanne lontana circa un chilometro da Jos, là dove la savana si prende la rivincita sul centro abitato e inghiotte tutto tra gli arbusti cotti dal sole, che al tramonto dilaga rossastro ovunque, incendiando le sagome nere dei baobab.
Al giudice riesco solo a dire il nome del villaggio. Mi chiede se ho studiato. Rivedo la scuola, un prato, dove sono sistemati tronchi di albero che fungono da banchi, e il missionario bianco che ci insegna a contare e ci racconta degli aneddoti. Come quello della tartaruga che, incontrato un leopardo, prima di farsi mangiare, gli chiede qualche minuto di attesa e in questo tempo si rotola all’impazzata nella terra, sollevandola e seminando confusione tutto intorno. Il leopardo stupito le chiede che cosa stia facendo e lei risponde che vuole che chi passerà di lì sappia che il leopardo si è battuto con un suo pari, che lo ha fatto faticare prima di essere vinto. Il missionario ci spiega che vale la pena lottare per gli ideali, anche se si sa che non si può vincere. Non riesco a dire nulla di tutto ciò. Il giudice non è soddisfatto delle mie risposte. Mi dispiace, ma non sono capace di mettere ordine tra i ricordi. Mi chiede se qualcuno dei miei familiari abbia mai fatto politica o sia stato arrestato. Mi viene in mente mio fratello maggiore. Anni fa, mi ero svegliata di soprassalto nel cuore della notte e avevo sentito delle grida e dei colpi di pistola. Uscita fuori, avevo visto degli uomini che stavano portando via mio fratello, mentre mia madre gridava disperatamente aiuto. Mio padre era via per lavoro. E così mio fratello, che all’epoca aveva sedici anni, era diventato un bambino soldato. Lo avevano imbottito di droghe, gli avevano messo in mano un mitragliatore e, fatto un sommario addestramento, lo avevano sbattuto a combattere in prima linea. Era tornato a casa anni dopo, irriconoscibile, nel fisico e nello spirito. Era riuscito solo a combinare guai, attaccando briga con tutti i più violenti del villaggio e poi si era fatto uccidere durante una rissa. Ma non ne parlo. In fondo mio fratello non aveva mai fatto politica e non era mai stato arrestato. Era morto prima.
Il giudice mi chiede per quale motivo ho abbandonato la Nigeria.
Ricordo la fuga nel bosco, a perdifiato. Poi l’imbarco su di un mercantile. Con disgusto rammento l’odore di marcio e di chiuso, lo sballottamento continuo e il cigolio della vecchia nave. Riesco a dire qualcosa. Il giudice sembra contento. Il resto delle domande è facile: dove abita adesso, che lavoro fa. Abito presso una connazionale. Mi aiuta. Sono riuscita a evitare la strada. Guadagno qualche soldo andando in giro a fare treccine.
Il giudice smette di scrivere e ci invita ad accomodarci fuori. Di nuovo al freddo nel corridoio.
Dopo mezz’ora ci richiamano. Guardo il giudice. È vestita bene, i capelli biondi e lisci. Siamo diverse come il giorno e la notte. Ma quando inizia a parlare, con un tono gentile e caldo, mi sembra che le differenze diminuiscano. «La ricorrente è stata poco precisa nella ricostruzione dei fatti». È vero, non sono riuscita a raccontare quello che mi è accaduto. Come si fa a raccontare l’orrore? È qualcosa d’indescrivibile. Se lo vivi, l’orrore entra dentro di te, ti cambia e non hai nessuna voglia di parlarne. «Per questo motivo non è possibile concedere lo status di rifugiato». Dio mio, sta dicendo di no.
«Tuttavia», riprende. L’interprete mi traduce questo “tuttavia” e io mi ci aggrappo disperata! «Tuttavia appare evidente che la ricorrente sia in uno stato di shock, probabilmente per qualcosa di terribile che ha vissuto. Ed è anche chiaro che non abbia un posto in cui tornare, nel caso venisse rimpatriata. Qui in Italia, invece, sembra aver trovato una forma d’integrazione. Sussistono quindi i presupposti per la concessione del permesso umanitario».
Rimango in silenzio. Tutti stanno in silenzio. Poi di colpo l’avvocato spalanca la bocca in un largo sorriso e mi dice che ce l’ho fatta, stringe la mano all’interprete, ringrazia il giudice, l’interprete mi dice che sono fortunata, di solito è un giudice severo, finalmente esco dal mio torpore e realizzo che ho ottenuto un permesso di soggiorno, guardo il giudice e lei mi sorride appena. Grazie, giudice, mi hai capita.
E poi fuori, fuori dall’aula, fuori dal Tribunale, a respirare un’aria fredda, ma inebriante, un’aria di allegrezza e di libertà. Anche se il cielo è un cielo freddo, invernale, il sole vi sfolgora dentro e tutto mi sembra luce, colore, gioia. La luce di una nuova vita.
Un futuro, finalmente.
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