GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
1° classificato al II edizione
Il diavolo sulla via del lavoro
di Fabio D’Este

Ascolta il racconto. Voce di Giulia Greco 
     




Eccolo lì, lo vedo al di là della strada, barcollante e insicuro, che va avanti e indietro e non sa che cosa fare. È ovviamente sbronzo, ed è vestito, o, meglio, svestito, da diavolo: pantaloni rossi a zumpafuossi, piedi nudi, nudo dalla cintola in su, due belle corna di plastica molto realistiche. Chissà da quale ballo in maschera di fichetti collinari sarà sbucato fuori, probabilmente un imbucato che nessuno ha avuto la minima voglia di riportare a casa. Vabbè, cavoli suoi, io devo andare a lavorar, son le otto meno un quarto e prima di far lezione a quei babbei, anzi, a quelle babbee della 4° Scienze umane dovrò pur ripassare qualcosa, sennò rischio di confondermi con un altro programma e magari spiegare Fisica quantistica. Prima di accorgersene, quelle son capaci di far passare tutta l’ora. Se non fosse per la Meneghetti che sta attenta solo per cogliermi in castagna...
Morale: quando attraverso, che il verde sta finendo, lui è distante avanti a me dal bordo del marciapiede, poi, di corsa, come a rincorrere il proprio busto sbilanciato in avanti, viene verso di me e mi oltrepassa, lo percepisco che attraversa di corsa al momento sbagliato e, senza pensare, mi volto di botto, faccio due passi veloci e lo acchiappo per un corno mezzo metro al di là del bordo strada. Quello che credevo un copricapo, stranamente, non si stacca e riesco a tirarlo con uno strattone verso di me sottraendolo al sedici che già si leccava i baffi girando su via Valperga.
È in stato confusionale per la robaccia che deve aver ingerito stanotte, non posso lasciarlo lì a sbrogliarsela da solo e, colto da improvvisa compassione per similitudine con i miei trascorsi di gioventù, lo porto a casa mia a spurgare e ritorno a scuola in tempo per il secondo modulo.
Dopo due giorni di recupero e altri due di sbigottimento e prove di veridicità, la realtà dei fatti è evidente: è un vero diavolo, le corna non si staccano, sputa fuoco a comando, rompe i cristalli a comando, fa tutto a comando (suo) e, quel che è peggio, non accenna a tornarsene a casa, quale che sia, perché, dice lui, mi deve un favore, o, meglio, un desiderio: «Se un umano salva la vita ad un diavolo, prima di poter continuare ad operare, quest’ultimo deve esaudire un desiderio dell’umano in questione, o, meglio, un desiderio precisamente formulato: sostanzialmente l’umano può chiedere di cambiare la sua vita diventando un altro, a scelta, tra tutti gli umani viventi, vissuti e che vivranno». Vero è che di quelli che vivranno non si sa un ciufolo, quindi non fanno testo. Regola inderogabile della casa infernale.
- E di quello che ho scelto che ne sarà? Se scelgo di essere il Papa, che ne sarà del vero Francesco? E se decido di essere mio nonno, mia madre sarà contemporaneamente mamma e figlia mia? E…
- E che ne so, io voglio solo tornare a lavorare, mica ho tutto sto tempo da perdere per spiegarti cose che non capiresti. Puoi essere chi ti pare, Brad Pitt, George Clooney, magari gente più giovane, James Franco, Balotelli, fa’ tu...
Certo che se fosse vero e non solo uno scherzo sarebbe fantastico. Ma la mia fantasia fa acqua da tutte le parti; mi viene solo in mente che vorrei essere me stesso quando ho iniziato l’università; ero così bello, giovane, magro, tutto il contrario di adesso...
Mi riscriverei a Fisica sicuramente, ma non mi farei più intimidire da nessun barbagianni di professore busone e culone arroccato sulla sua supponenza (che assomiglia un po’ a quella che ho io adesso quando mi tocca rispiegare dieci volte il secondo principio della termodinamica, ma i miei studenti, veramente non capiscono un’asola, mentre io ero un giovane fantasioso e davo interpretazioni mie alle faccende scientifiche delle quali, però, nessuno ha voluto o saputo cogliere la rivelatrice lucidità).
A quel professore che ha osato affermare che avevo rubato i precedenti voti di matematica, gliela farei ben vedere io come saprei ribattere adesso, se solo mi venissero restituiti i miei anni e la mia energia con la maturità che ho ora. All’epoca lavoravo di giorno e studiavo, si fa per dire, di notte, è chiaro che non potevo avere la lucidità indispensabile per sostenere esami di quel calibro.
E poi che esami! Invece di scegliere quelli che mi piacevano di più, che sentivo più vicini a me, (e che capivo meglio), avrei scelto oculatamente quelli che mi avrebbero potuto portare verso frontiere inesplorate e fondamentalmente di nicchia ma così di nicchia che nella nicchia ci saremmo potuti entrare solo io e pochi altri soprattutto se bionde; sarei stato appiccicato alla teoria, avrei ciucciato la gomma di quei professori che, ora lo so, avrebbero poi traghettato la loro materia verso ambiti imprevedibili di respiro internazionale, di portata mondiale, per poi ricavarmi un ambito tutto mio nel quale avrei potuto dire tutto ciò che ho dentro (e, soprattutto, ci sarebbe stato qualcuno ad ascoltarlo). Avrei potuto inventare una branca economica della Fisica quantistica, una “economia quantistica” che, riconosciuta e applicata da tutti gli Stati, avrebbe salvato il mondo semplicemente riconoscendo un valore a tutto ciò che veramente lo possiede. Altro che insegnare. Insegnare poi cosa a chi? Insegnare implica che qualcuno abbia capito qualcosa di alcunché e che lo trasmetta a qualcun altro al quale questo qualcosa interessi e che sia disposto a capirlo, impararlo e applicarlo. Troppe variabili, io faccio solo il supplente in una classe del liceo di scienze umane, più che un indirizzo, un ossimoro.
E col fischio che mi faccio scappare Rosalia, l’unica, benché cicciottella e con un lieve difetto di pronuncia, di cui io sia mai stato innamorato, per la quale non riuscivo più a pensare a nessun’altra, per la quale non mi sono filato Giorgia, Cristina e tutte le altre che credevo non mi interessassero fintanto che non le ho perse del tutto. Tutto e subito, cari miei, e anche altro, sì sì, e che strisci, la mia cara Rosalia, per far parte dell’harem. Come potrebbero resistere tutte loro ad un giovane il cui futuro è radioso e senza nubi, che ha l’energia di un ventenne, la sagacia di un cinquantenne, la consapevolezza di un buddha (perché, diciamocelo, se non fosse per tutte quelle bollette da pagare, l’amministratore rompicoglioni, la glicemia fuori controllo e il mal di schiena che mi distraggono, io, così mi son sempre sentito: un buddha, specie adesso che posso cambiare il mio destino in barba allo spazio-tempo, in fondo me lo sentivo che c’era qualcosa di vero in tutte quelle storie di diavolo e acquesante). Accipicchia, per me Rosalia era l’unica donna che avessi mai voluto, la sola di cui volessi l’attenzione e, n’ayons pas peur des mots, l’amore; cosa me ne farei di una Canalis, di una Kourakou, quando potrei avere per me solo lo sguardo innamorato di Rosalia, sguardo che mai mi fu concesso ma che a numerosi altri venne profuso?
Ecco ora mi vedo benissimo, dopo una vita di lavoro comunque duro (perché salvare il mondo, diciamocelo, richiederà un bello sforzo pure a me, anche se convoglierò al meglio le mie energie), lontano dal rutilante mondo delle mondanità (mi son sempre chiesto che cosa volesse dire rutilante e non ho mai avuto il coraggio o la voglia di andarmi a cercare il significato su un dizionario o su internet), di fronte a una barriera corallina che le mie teorie econofisiche avranno salvato, con dei bimbi bellissimi ormai grandi e lontani, invecchiare con vicino a me la mia Rosalia.
Riapro gli occhi: lo faccio lentamente, sicuro che, quando lo farò, il buon diavolo non ci sarà più, sostituito da un ben più reale preside o da una classe attonita in attesa di una crisi epilettica del prof, iPhone alla mano e connessione ad internet pronta contro ogni regolamento scolastico.
Invece è ancora lì, non so se più rosso o più spazientito:
- Ti sei deciso?
- Sì, Balotelli andrà benissimo.
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