GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
2° classificato al I edizione
In viaggio con Giulia
di Christina Sassi

     




Lentamente il treno inizia a muoversi. Con un rumore stridulo e fastidioso, i vecchi e rugginosi ingranaggi si rianimano. Qualche secondo ancora e quel movimento ritmico e oscillatorio mi porterà lontano, come un ventre d’acciaio, che mi culla e mi protegge. Sul binario, mani che si agitano. Lacrime, di gioia o di dolore. Un addio e un arrivederci. Un ricongiungimento.
Le stazioni mi affascinano da sempre. Sono come un limbo, tempo e luogo sospeso nel nulla, a cavallo tra il qui e il là, il prima e il dopo. La vecchia vita e quella nuova. Sali sul treno in un qualsiasi luogo e ti ritrovi all’improvviso catapultato in un’altra realtà, con nuovi odori, altri suoni, movimenti diversi. Come se, trascorsi quei pochi minuti, quelle poche ore, tu non fossi più la stessa persona. Luogo delle infinite possibilità, delle scelte di vita, degli incontri fortuiti. O prendi una direzione o ne prendi un’altra. La guardo. È seduta di fronte a me. Il suo volto, i suoi occhi, si riflettono indistintamente nel finestrino. Come in una delle sue fotografie. Centinaia di fotografie di occhi nel mio computer. Occhi felici, occhi tristi, occhi colmi di lacrime. Occhi che rispecchiano monumenti, la sua grande passione. Ma chi è la persona che ho di fronte? Chi è davvero mia figlia? Metà donna e metà bambina, non la riconosco più. Forse non l’ho mai veramente conosciuta. È bella, bellissima, assomiglia al padre. Ma dovrebbe vestirsi meglio, valorizzare la sua immagine. Mamma, cosa stai dicendo, queste non sono le cose importanti della vita. Conta chi sei, non come appari. Appunto, chi sei? La telefonata era arrivata all’improvviso. Dalla mia città, a settecento chilometri di distanza. Perché anche se ormai vivo lontana da quasi vent’anni, anche se la mia città è cambiata e non mi ci ritrovo quasi più, quella è la mia città, non questa. Nel mio cuore vivo ancora lì.
Papà stava male. Gli avevano diagnosticato un tumore. Doveva essere operato. La voce di mia zia era calma, quasi come se non si rendesse conto di ciò che stava accadendo. O forse era rassegnata. Forse se lo sentiva che prima o poi sarebbe accaduto. Anch’io me lo sentivo. Due notti prima avevo sognato il funerale di papà. Era stato surreale.
Chissà Giulia a cosa sta pensando mentre, con i soliti auricolari nelle orecchie, osserva il paesaggio che sembra sfrecciare davanti ai suoi occhi. La musica, sua fidata compagna. Non vive senza musica. Ma non è la solita musica che ascoltano gli adolescenti. Non si strappa i capelli davanti a qualche belloccio imbalsamato che va di moda. Mia figlia ascolta musica classica. Pianoforte. Colonne sonore. Pezzi strumentali di ogni genere. Musica bellissima, che riempie le mie giornate dalle sei di mattina a mezzanotte. Adoro quella musica, ma ci sono momenti in cui desidero un po’ di silenzio, di pace. E iniziano le discussioni. Sarà un viaggio molto lungo. Non passeranno mai, queste sette ore. Di cosa parleremo? Parleremo? Vorrà veramente parlarmi? Non riusciamo a scambiare due parole senza discutere. È l’età, mi dicono. Lo so, l’ho studiato. Ma viverlo è diverso. Ascoltare quelle parole piene di odio distruttivo, mentre cerca di annientarmi per rinascere e trovare la sua strada, è massacrante. E io devo resistere. Devo mantenere il punto, essere ferma nelle mie decisioni e strategie educative, mentre vorrei solo abbracciarla e dirle che le voglio un mare di bene. Avrà mai veramente dubitato del mio amore per lei, come mi ripete ogni giorno ormai da mesi? Un piccolo suono accompagnato da una vibrazione mi avverte che ho ricevuto un messaggio. E si scatena l’inferno. «Stai sempre con quel telefono in mano. Non fai altro dalla mattina alla sera. E tu dovresti insegnarmi l’educazione? Bell’esempio sei per tua figlia». E io a spiegarle che con quel telefono ci lavoro. Piccola bugia, era un’amica. Colta in flagrante. A volte mi sento come se io fossi la figlia e lei la madre. Questo mi consente di mettermi continuamente in discussione. Spiegare a mia figlia le motivazioni dei miei gesti e delle mie opinioni mi dà la possibilità di comprenderle io stessa. O di rendermi conto della loro futilità.
E mentre sono immersa nei miei pensieri e la mente di mia figlia ondeggia tra le note, saettano davanti ai nostri occhi le colline toscane, ricoperte di girasoli. Hanno la testolina ripiegata verso il basso. Il sole sta calando. Un tramonto di fuoco si affaccia tra i poggi. Scorgo un lampo negli occhi di mia figlia. Estrae la macchinetta e scatta. Una, due, decine di foto. Ama i colori, i giochi di ombra e luce. Ama l’alba e il tramonto. Come un poeta. Il suo sfrenato entusiasmo per la vita e l’arte mi affascina e mi commuove. Non è certo un’adolescente apatica e annoiata. Ha mille passioni e poco tempo per coltivarle tutte. In questo assomiglia a me quando avevo la sua età. Ma io non ho concretizzato. Mille interessi e non ho portato a termine nulla. Lei è più tenace, quasi ostinata.
Il telefono squilla. È mia zia. Mi chiede com’è il tempo. Non mi aspettavo altra domanda. Tra qualche ora saremo da lei. Correremo in ospedale da mio padre. Il giorno dell’operazione ero con lui. Mentre lo portavano in sala operatoria, sdraiato sulla barella, ci siamo guardati e gli ho stretto la mano. La sua grande mano ossuta. Ci siamo detti di più in quella stretta di mano che in trent’anni di vita. Papà, ti voglio bene. Sono qui con te. Ce la farai. Papà aveva tanta paura. L’ho capito dal suo sguardo. E da quella stretta di mano. Buio. E poi luce. E poi ancora buio. Le gallerie che attraversano gli Appennini. Quando Giulia era piccola ci divertivamo, io e suo padre, a osservarla quando spalancava gli occhi mentre percorrevamo le gallerie. Cos’hai sempre da guardare? Sei bella, amore mio. Ma si è già girata dall’altra parte. Dov’è quella bambina dolcissima che ricoprivo di baci? È sempre stata particolare, fuori dal comune. Quella bambina che le sue compagne evitavano perché non la comprendevano. Non riuscivano e seguire i suoi giochi. Madri che decidevano di non frequentarci più. È troppo strana quella bambina, non è normale. Quante volte ho sentito questa frase. E la cosa peggiore è che ho creduto a loro. Per anni ho pensato di avere fallito come madre. Avevo messo al mondo una figlia strana. Che parlava con gli animali, per terra a quattro zampe, perché gli umani non la capivano. Perché dietro alle sue parole c’era un mondo, non erano mai solo parole. Ed era difficilissimo riuscire a penetrare quel mondo.
L’operazione era andata bene. Avevamo pregato per ore davanti a quella sala e papà alla fine era uscito. Ci sarebbe voluto del tempo. Settimane per riprendersi, mesi per la riabilitazione, per imparare nuovamente a parlare. Aveva iniziato a migliorare, ma c’era stato sempre qualcosa. Una complicazione inattesa. Qualche settimana dopo era stato il suo compleanno. Gli avevamo regalato un cellulare, perché potesse comunicare mandando messaggi. Il giorno dopo ero ripartita. Non ho ancora ricevuto alcun messaggio.
Da lontano riesco a scorgere il vago contorno delle montagne. Quando vedi le montagne sei quasi arrivata a casa, mi dicevano da piccola. Quando vedi le montagne siamo quasi arrivati dal nonno, ho detto a mia figlia. Giulia tenta di fotografare le montagne, ma ormai non c’è più luce. Allora si concentra sulla sua immagine riflessa nel finestrino. Sui suoi occhi. Zia mi ha chiamato ieri sera. Papà è in rianimazione. Qualcosa è andato storto. Ma non hanno ancora capito cosa sia effettivamente successo. Lotta tra la vita e la morte, le hanno detto. Non ce l’avrei fatta, a fare questo viaggio da sola. Giulia ha deciso di accompagnarmi.
Eccoci tra le montagne. Siamo circondate. Mi sento protetta. Non so se è perché mi riportano all’infanzia oppure perché non mi permettono di spaziare verso l’orizzonte. È rassicurante trovarsi davanti un ostacolo, che giustifica i tuoi fallimenti. Dà un senso ai tuoi limiti.
Mia figlia invece ama il mare. L’infinita distesa di acqua. Giulia non ha limiti. È una tosta. Sola contro il mondo. Ferma nelle sue opinioni, contro tutto e tutti. Qualche volta penso che se quest’umanità avrà un futuro, sarà grazie alle persone come lei. Forse sarà proprio grazie a lei. Immagino che sia una specie di profeta divino. Di extraterrestre spedito sulla terra per salvare le sorti di noi esseri umani. Forse, in fondo, non ho sbagliato proprio tutto. Dobbiamo cambiare treno. Il trenino ci aspetta. E arriviamo nella mia città. Perla in mezzo alle montagne. Piena, piena di fiori. Ma è buio e non si vedono. Ne avvertiamo solo il profumo. Siamo a maggio. Mia zia è sul binario. Posiamo in fretta le valigie a casa e corriamo in ospedale, che per fortuna è a due passi. Qui le distanze sono diverse. Si va in bicicletta o a piedi, mai in macchina. Zia non guida, ma qui non importa. Non è come giù da noi che si usa la macchina anche per andare a buttare la spazzatura. Papà è pallido su quel letto d’ospedale. Ha gli occhi chiusi, come stesse dormendo. Dal lenzuolo sbucano le sue mani e gli enormi piedi. Guardo quelle strane macchine che ticchettano. Sempre più lentamente. Quei numeri che decrescono. So cosa significa. Tra non molto sarà tutto finito. L’ho capito. Non vedrà sua nipote che spaccherà il mondo. Che suonerà il pianoforte con maestrale eleganza, senza averlo mai studiato. Che catturerà miracoli con il suo obiettivo. Non discuterà con lei come non ha fatto con me. Papà è sempre stato un uomo mite. In alcuni momenti della mia vita ho addirittura pensato che fosse un debole. Parlava poco e quando parlava, non diceva quasi nulla. Non ci siamo mai confrontati sui valori della vita, sulle nostre idee e aspirazioni. Era così e basta. Non gli ho mai chiesto aiuto e lui non me l’ha mai offerto. Neanche una sola volta ho dubitato che mi amasse, in quella sua maniera semplice ma molto profonda. Ma non abbiamo mai parlato veramente. Penso alle ore e ore di discussioni con Giulia. Tu non mi capisci, non sai niente di me, non ti sforzi nemmeno di capire. Ecco perché non ti racconto niente. E dopo due ore siamo ancora lì, a parlare e confrontarci sulla stessa cosa. Fino a che la matassa non è stata dipanata. A volte penso che si diverta a fare questo. A intavolare discussioni senza fine per il semplice gusto di farlo. O forse il suo è un bisogno. Forse è un modo per sapere che siamo lì con lei. Forse, papà, avrei dovuto fare anch’io così, invece di tenermi sempre tutto dentro. Chissà, magari mi avresti capita. Magari su molte cose avevamo le stesse opinioni. Non lo saprò mai.
Il cimitero è silenziosamente avvolto dalle montagne. È una giornata bellissima. Tanti, tanti fiori, su quelle tombe belle come aiuole. E moltissima gente. Non sapevo che mio padre conoscesse tutte queste persone. Gli ho scritto una lettera. Trent’anni di parole, emozioni, sensazioni su un foglio. E una rosa. Poggio fiore e lettera sulla sua bara. Viene calata nella fossa. E ricoperta di terra. Gli occhi di mia figlia sono impassibili. Il suo primo contatto con la morte. Non lo conoscevo io, quel padre, poteva lei conoscere il nonno? È strano, mai ho avvertito la sua presenza accanto a me come ora, che lui non c’è più. Forse d’ora in poi potrò chiedergli dei consigli. Una donna mi stringe la mano. «Tuo padre era un signore». La guardo, non la conosco. Alle porte del cimitero tutti vengono ad abbracciarci. «Tuo padre era un signore». Abbiamo organizzato un rinfresco per parenti e amici. Qui si usa così. Condividere il dolore, abbracciare persone che altrimenti non avresti occasione di vedere. «Tuo padre era un signore». Ho appena dato l’ultimo addio a una persona che solo ora sto imparando a conoscere. Solo ora ho capito che quello che avevo scambiato per debolezza era umile semplicità. Puro amore. Giulia sta singhiozzando. Vedo in lei la stessa purezza nei sentimenti. Non c’è una sola nuvola in cielo, in questo cielo di un azzurro intenso. Giù da noi non è mai così. È tutto più opaco. Saluto le montagne. Io e la mia amata creatura saliamo sul treno. Ora so che la sua stranezza è un dono. È diversa dagli altri perché è speciale. È sensibile, creativa. Sono veramente orgogliosa di lei. Saluto la bambina con gli occhi tristi ferma sul binario. La donna figlia. D’ora in poi sarò solo madre. Con tutto il cuore. Fiera e libera da ogni giudizio. Con mio padre nel cuore e accanto a me. Si riparte.
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