GLI ARACNIDI
RACCONTI BREVI, SPAZIO DEDICATO A PICCOLE STORIE INEDITE
1° classificato al I edizione
Quaranta minuti d’Aprile
di Giacomo Ceccarelli

     




Aprile. Mattina. Otto e un quarto.
Semaforo rosso, un autobus a tre piani che sembra un cheeseburger di turisti strombazza non si sa bene perché. Dalla marmitta esce un ringhio. La zingarella, pur avvolta dallo smog, inspira, espira, inspira, espira, tanto non le importa niente di beccarsi un male incurabile. La sua vita fa pena. L'anno scorso è stata cacciata dal suo campo, e oggi si trova in una brutta situazione, costretta a vivere facendo la lavavetri e la prostituta. Un'esistenza terribile, fatta di spiccioli. Non possiede niente, spesso ha fame. È fortunata quando trova qualcuno disposto a pagarla per il suo corpo. L'incrocio brulica. Un paio di minuti passano ciechi. Lei sa che dovrebbe mettersi a lavoro, ma non ce la fa, le inizia a salire la nausea. Si sente triste, uno spettro ai margini. Tutto intorno, gomitoli di traffico e veleno. Che vita è, la mia? Che vita è? Pensa così, mentre si abbandona sopra un muretto e la faccia le finisce ingabbiata tra le mani. Una lacrima si affaccia curiosa, poi un'altra la segue, e un'altra ancora dopo l'ultima. La zingarella piange disperata perché il suo futuro è una distesa di speranze crocifisse a testa in giù. Proprio in quel momento sente un rumore di corsa. Una strana specie di leggero, armonioso galoppìo in avvicinamento. Si volta di scatto. Un cane. Un canòne corre. Bestia splendida, si direbbe libero, niente collare, niente guinzaglio. Nudo. È un bel bastardo, c'è dello Spinone, forse qualche lupoide, chissà. L'espressione sul muso è di giubilo, un giubilo più umano dell'uomo. Esistono cani inspiegabilmente felici. E questo è uno di quelli. Esistono cani che ridono. Ma questo qua sta proprio esagerando. Corre. Corre e si sganascia, incurante di tutto. C'è solo lui. In quell'immensa città divorata dai gas, c'è solo lui. Lui e la sua dannata, elementare libertà. Correre. La zingarella fissa l'animale, stregata. In pochi secondi, il cane la supera. Neanche la tocca, ma è come se la trafiggesse da parte a parte. Lei per un attimo vacilla, poi si rigetta in se stessa, e ciò che trova è molto cambiato. Non più tutto è così nero. Forse sono solo illusioni, eppure qualcosa brilla. Per questa ragione la zingara s'incammina. Dà un'occhiata al sole, ed entra in stazione. Agile donna, salta sul primo treno e scappa via verso un domani diverso. Il biglietto non ce l'ha, ma va lo stesso, stella fiduciosa, scompare sulle rotaie verso nord.
Aprile. Mattina. Otto e mezza.
Giancarlo guarda il soffitto, non ha chiuso occhio, è agitatissimo. Causa di tanto affanno, è che più tardi ha un appuntamento con una ragazza. Giancarlo ha trentatré anni, e abita in un trilocale al pianterreno che dà sulla strada. Doppi vetri alle finestre e traffico che rimpiazza il panorama. Nella sua vita è tutto al posto giusto. Lavoro? Lavoro. Salute? Salute. Soldi? Soldi. Donna? Ehm, donna? Esatto. Il grande problema è che Giancarlo, tralasciando qualche vago, filosofico accenno di penetrazione, è ancora vergine. E la cosa lo fa ammattire di più ogni giorno che passa. Sotto le coperte, tutto sudato, Giancarlo ascolta la sua coscienza. E di chi è tutta la colpa? Incalza. Di chi è la colpa? Allora di scatto sventaglia le lenzuola e si tira su. Lo sguardo è strano. Mentre annuisce a se stesso, va in cucina e scosta le tende. Il finestrone dà sulla strada, altezza passanti, la città è indifferente, un presepe di fuliggine. Nessuno lo nota. Senza maglietta, col respiro affannato, osserva il traffico. Con un rapido gesto agguanta un paio di forbici di quelle adunche e seghettate. Dopo si posiziona l'uccello tra le lame, in bella vista davanti alla finestra. La mano è tesa. Tre... due... uno... A meno di un metro, sull'angolo sinistro. Visione di pochi istanti. Il cane. Anche Giancarlo lo vede. Il canòne che corre. Bestia splendida. Libero e nudo. Sul grugno bastardo, il solito giubilo più umano degli umani. Corre. Da sinistra a destra passa in volata, sculetta e sparisce veloce, pieno di sogni. Giancarlo rimane spiazzato, scosso. Anche lui bucato dalla felicità dell'animale. A confronto, pensa, ogni altra cosa vale la metà di zero. Quindi si osserva e non prova più odio, ma tenerezza. Svelto, chiude le tende e butta via le forbici.
Aprile. Mattina. Otto e quaranta.
Erica è al bar. Il solo pensiero di un caffè le mette il voltastomaco. – Un altro, signora? – Grazie. Ah sì, quello sì, Erica e il suo Campari-gin. Doppio. – Ecco, signora... pronto. E fanno cinque, anche il barista è in imbarazzo. Questa storia dell'alcolismo le è sfuggita di mano. Alle nove ci sarebbe la comunione del figlio, ma se continua così, non ci arriva. Intorno la gente fa colazione. Ognuno coi suoi problemi, ognuno con le sue bombe al cioccolato. Erica ha il fiato da barbona. Guarda l'orologio, tre sorsi e il bicchiere è quasi vuoto come lei. Ora le cose sono due. O prende il sesto Campari-gin e rinuncia alla comunione del figlio, oppure si muove subito. Fa finta di pensarci, ma è una presa in giro. Dice al barista. – Un altro. Il vetro si riempie di rosso ancora, ed Erica guarda oltre la vetrata. In silenzio, brinda al figlio e al fallimento. L'orlo del calice tocca le labbra, quando sul marciapiede lì davanti passa il cane. Bestia felice e bastarda che si gongola in corsa. Anche lei lo vede, anche lei ne è trafitta. Il canòne galoppa e sparisce. Al solito, lascia una scia di speranza. Erica, interdetta, torna dal Campari-gin e ne fa un sorso. Il liquido scende, ma lei lo sente uno sciame di spilli. Per questo posa il bicchiere e si guarda nello specchio dietro alla macchina del caffè. Ha la faccia sbiadita, la carne pallida. È il riflesso di una donna, l'ombra confusa di una madre. Inorridita, sbatte venti euro sul bancone e fugge dal bar sorretta dal rumore incerto dei suoi tacchi, il Campari la osserva andare via, un po' triste. Erica non capisce, ma sa che deve andare. Anche se le fa male la pancia, ingoia una manciata di mentine e s'incammina barcollando verso la chiesa. Quello è un giorno importante e lei ci sarà. Sì, Erica ci sarà.
Aprile. Mattina. Otto e quarantacinque.
Il cane continua a correre. Ormai, inizia ad essere stanco, ma cocciuto prosegue. Di birra in corpo, ancora ne ha, poca, ma ce l'ha. Corre e corre. E corre e corre. Adesso la città è un cancro che si dirada, si sfilaccia. I palazzi, piano piano si distanziano sempre di più. Il grigiore del traffico strilla lontano. La bestia corre, lingua a penzoloni. Corre e corre lungo le periferie degli uomini. Il sole lo guarda, gli sorride.
Aprile. Mattina. Otto e cinquanta. Ora il cane è meno fluido di movimenti, ma ostinato prosegue. Più va avanti, e più l'asfalto muta in radici. Il cemento, in verde. È quasi al capolinea. Le zampe sono pesanti, la fatica gliele ingessa strette. Alle sue spalle, ormai, la città è un ricordo che si contorce in un rovo di lamiere e calcinacci. La bestia felice corre, ma inesorabilmente rallenta. Prati sconfinati tinteggiano le vallate. Nuvole non se ne vedono, ed il cielo è di un blu ipnosi.
Aprile. Mattina. Otto e cinquantacinque.
Il cane è stremato, attorno solo campagna e rumore di cicale. Con le ultime forze, punta un leccio. I rami sono brulli, ma vivi dentro. Adagiato sopra la collina sembra una fiamma immobile, di legno. Il cane arranca, manca poco, le zampe non l'abbandoneranno, la cassa toracica si contrae con suoni stanchi. Alla fine raggiunge il tronco e si ferma all'ombra. È felice. Solo a quel punto, la bestia si guarda indietro e ripensa al luogo da cui è partito. A quanto lunga e complicata sia stata la sua corsa. A ogni persona che ha incontrato, a ogni emozione da lui provata, a ogni singolo centimetro della strada che ha percorso. È davvero sfinito. L'unica voglia, semmai, è quella di dormire. Perché lui, in realtà, non ha bisogni. Non ha fame, né sete, né ha mai pianto. Lui non esiste. Non esiste, ma s'acciambella sotto al leccio. Non esiste, ma finisce il suo tragitto e chiude gli occhi in pace. Finalmente riposa, povero animale, lì dove l'erba è la pelle del mondo.
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